Qual è la cosa più grossa che hai perso a testa o croce?
Chiede l’assassino al proprietario del negozio. E lui non vuole giocare, perchè pur non capendone la gravità, sa che ha davanti un folle, si sente che ne ha paura. E quando gli intima di scegliere lui sceglie:
Testa
E sarà salvo. Non lo uccide.
È del 1954, dice il sicario, ha viaggiato per vent’anni prima di arrivare a te.
E lì, a quel punto, avrei voluto che la storia dei fratelli Choen diventasse un’altra storia, quella della Yourcenar che ne ‘la moneta del sogno’, racconta le vite delle persone che entrano in possesso di una moneta. Ecco, a quel punto abbandoneremmo le vicende dell’assassino e della sua caccia e il negoziante diventerebbe il personaggio principale e noi scopriremmo i suoi pensieri, sapremmo di sua moglie, dei figli, delle sue giornate, fino al prossimo possessore della moneta.
A S. piace dire che la vita è un gioco. A me questa definizione non piace. Non più. Ho sempre assentito quando la sentivo, ma non ora, no. se dici che è un gioco significa che puoi vincere o perdere.
Come a testa o croce.
Ci si affiderebbe al caso, mi ami o non mi ami a seconda di quanti petali possiede una margherita.
Senza impegno e nè decisione. Senza sforzo né abilità.
E io non ho giocato, con lui.
La differenza sta qui.
C’è un proverbio spagnolo che dice:
“Prendi quello che vuoi, – disse Dio – e pagalo”.
Le scelte si attuano secondo coscienza.
Ad ogni modo la storia prosegue nell’inseguimento della borsa con i soldi rubati ai trafficanti di droga e poi ecco, verso la fine, una frase che mi resta dentro:
Tutto il tempo che passi a cercare di riprenderti quello che ti hanno portato via è solo tempo sprecato. devi fare in modo che la ferita non sanguini più.
E ho preso a guardare non più il film, ma gli anni persi a morire.

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