Vi informo subito che l’interno dell’orfanotrofio e l’esterno non coincidono, no. O per lo meno non tutto. Ad esempio quella pianta disegnata dal tecnico durante l’esperimento con la medium, non corrisponde alla pianta reale così come la si intuisce da fuori. Comunque sia è bellissimo e consiglio di andare a vederlo solo per lui, l’edificio. Che è esattamente la casa dove mi piacerebbe vivere, ampia, luminosa, antica e vicino al mare.
Ti accontenti di poco, direte voi.
Potrò essere presuntuosa nei sogni, dirò io.
C’è questo bambino, Simon, che è malato e in modo così grave da permettergli di vedere i morti. Perché per vederli bisogno essere prossimi al confine con l’altro mondo. Il che può essere un dono o una maledizione, non so bene ci devo pensare.
Il film è ottimamente costruito, ben intrecciato e con una lettura che si può condurre su due piani: soprannaturale e reale. Funziona bene anche lasciando da parte i fantasmi, che naturalmente mi piacciono moltissimo: alcuni bambini di un orfanotrofio uccidono durante un gioco il figlio deforme di una delle istitutrici che per vendicarsi li avvelena e nasconde i loro corpi in un forno. Dopo trent’anni vengono ritrovati i corpi, l’omicida muore e il figlio adottivo di Laura (che era uno dei bambini dell’orfanotrofio) scompare.
Non si può raccontare il finale, oppure si può ma non voglio.
Però posso dire che nella casa c’è una stanza segreta. e questo mi riporta a quanto dicevo all’inizio, che l’edificio è complesso e non so ricostruire l’interno dall’esterno. D’altronde ogni interno è ben più articolato di quanto possa apparire e con stanze segrete nascoste anche a noi stessi. E il trovarle, a volte, può essere così devastante, per quello che contengono, da portarci alla morte fisica o mentale. Ci sono nevrosi create apposta dal nostro inconscio per proteggerci da delle verità che non potremmo sopportare.
C’è un filo conduttore nel film: il gioco.
Date tre parole, Laura costruirà una storia (ed è quello che proverò a fare io a scopo taumaturgico e propiziatorio).
Uno, due, tre stella, che è il gioco con cui inizia il film e che vuole dimostrare che le cose – e le persone e i fatti – si avvicinano e ti toccano quando non guardi, quando sei distratto e di spalle.
Il più importante è il gioco dei tesori. I bambini sottraggono il tuo tesoro, la cosa a cui tieni di più e ti lasciano degli indizi per ritrovarlo. Se ci riesci puoi esprimere un desiderio che loro, i morti, realizzeranno.
E Zolla – lo sto leggendo ora, in un libro che parla di sincronicità – racconta di un desiderio che ha espresso e che potrei chiedere anch’io, un giorno: di guardarsi dal di fuori, come si guarda il proprio corpo dopo morti.

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