Ci sono due tipi di film: i belli e i brutti.
C’è anche un’altra categoria, i passabili, ma Jung sosteneva che le donne lavorano su due possibilità, mai su tre, per cui vedono le cose in un modo o in un altro e io ho una venerazione per quest’uomo così non potrei mai contraddirlo, e poi ha ragione.
Questo film è brutto.
Non è brutto solo per gli effetti elementari, per lo splatter casalingo, per gli attori ritardati, ma anche per la sceneggiatura che fa acqua da tutte le parti, la storia non torna. E converrete che se sono brutte le immagini, brutti gli attori, brutti i dialoghi, il film si può risollevare solo con la trama. Ma non succede. Arrivata alla fine, quando tutto viene svelato, sento la vocina che vive nel cervello che mi dice: non può essere.
Ci sono cinque ragazzi che vengono scelti per un reality e chiusi in una casa. Presto scoprono che la casa è disseminata di trappole e lo scopo è ucciderli.
Gli unici aspetti di rilievo sono il personaggio dell’assassino e la motivazione della strage: il ‘kolobos’.
Il tema è il dolore e potrei parlare per ore del dolore, non quello del corpo che alla fine è di breve durata, ma di quello emotivo che ci incide le carni dentro, quello che non ci fa dormire e mangiare, e che, lo so, ci fa crescere, cambiare, modificare nei lineamenti e nei pensieri.
Ma qui il dolore è di altro tipo: fisico.
Mi sono chiesta se potevo rivelare l’assassino e mi sono risposta che essendo un film del 1999 posso dire tranquillamente chi è l’assassino e il finale e infatti ora lo dico. L’assassino è la ragazza della casa-famiglia, la pittrice, quella con le braccia tagliate, che possiede una doppia personalità: la ragazza gentile e l’autolesionista. alla fine si capisce che la seconda ha preso il sopravvento e si serve della prima per l’aspetto tenero e spaventato che emerge a tratti e che ignora l’esistenza della seconda.
Questa ragazza, Kyra, viene dimessa dall’ospedale e non torna alla casa-famiglia, no, và alla casa del massacro, e lì si scopre che è casa sua (e un buon indizio lo danno all’inizio del film quando dice alla ragazza alla guida dell’auto che sono arrivati), ora linda e ripulita da sangue e resti umani, e dopo aver giocherellato un po’ con rasoi e coltelli sulla sua faccia mette l’annuncio per un nuovo reality.
Kolobos, è una parola greca antichissima che significa ‘mutilato’. Alcuni credono abbia avuto origine dal mito di Zeus che divise in due le prime creature della Terra condannandole a vagare in cerca della propria metà, altri credono che abbia dato origine alla bellezza divina, separando le belve e plasmando l’uomo e la donna. La mutilazione viene vista quindi come un atto creativo di nascita consapevole, attraverso le ferite si scopre il proprio vero volto, quello che sta sotto l’apparenza della carne, si viene liberati dalle maschere e si può dire: io sono.
Penso a certe tribù africane che passano tutto il corpo sotto l’azione di punteruoli allo scopo di modificare e decorare il corpo; ogni colpo, ogni ferita, ogni taglio, ha uno scopo iniziatico.
e io che non ho voluto neppure i fori alle orecchie?
L’unico atto di dolore che consento è quello recitato non quello inflitto, così mi tengo le mie maschere, grazie.

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