Questa notte, nel sogno, qualcuno che non vedevo mi parlava, ma ricordo un’unica parola: dettagli. Non so ricostruirne il senso nè il contesto ma posso dire che da me uscivano dei pesci colorati e a strisce; alcuni morti, alcuni vivi. Nuotavano nell’aria e mi piaceva guardarli. Pensavo a dove metterli per salvarli.
Dopo aver visto Dorian Gray ho chiesto al dr Manhattan di una cosa del finale che per me aveva una importanza fondamentale e lui mi ha risposto come nel sogno: che è un dettaglio, e che i particolari non contano quanto la storia. Può essere che il senso del sogno sia questo, che mi soffermo sulle piccolezze e mi perdo l’intera vita.
Come proposito per il nuovo anno cercherò di guardare lontano e intorno, a tuttotondo. Concentrata e aperta a compasso per tracciare cerchi – e non più secanti – di confine sempre più grandi.
Anche questo ho detto al dr Manhattan, in un certo modo.
Comunque guardo il film e mi convinco che Henry è il diavolo così Dorian passa in secondo piano e mi fisso su di lui. Ma non lo è. Il Male che si insinua è più sottile, non si impersona ma si inserisce nella delusione e nella rabbia di Henry e si mostra nelle parole. Non nei suoi pensieri e nel suo cuore, è un uomo capace di amare e di distinguere il bene e il giusto dal guasto, sa fermarsi in tempo. Gira intorno all’abisso ma non ci precipita. Sono le parole che vengono aspirate dal Maligno e soffiate in faccia a Dorian.
Il punto è la scelta.
Quella di Dorian la conoscono tutti e pure la fine che fa, no, quello che mi interessa è come Henry viene seguito dal regista. C’è un momento cruciale: quando Dorian, ormai vizioso e corrotto, parte per un viaggio di anni. Ecco, da quel momento non ci sono più immagini di Henry fuori di casa. Una casa che si va progressivamente svuotando di persone e cose fino alla scena finale dove è completamente spoglia. Lo si vede alla finestra, dietro al vetro, l’aria malinconica di sempre, seguire i primi giochi della bambina in giardino e osservare la figlia ormai grande scendere dalla carrozza con Dorian. Come se stesse gradualmente ritraendosi dal mondo esterno e si limitasse a osservarne la bellezza senza più esigerla. Diventa silenzioso. E alla fine attraversa la stanza vuota, liberata dalle cose e quindi tornata all’essenza, e si affaccia su una cantina piena di ciarpame (perché ognuno, per quanti sforzi possa fare, avrà sempre una stanza buia dentro di sé) e lì sta il quadro, intatto, di Dorian.
Intatto! Quando pochi fotogrammi prima era avvolto dalle fiamme.
C’è una serie televisiva che mi piace moltissimo, The lost room, dove si racconta di una stanza di Motel nella quale è morto Dio così ogni oggetto contenuto ha poteri particolari: la penna che carbonizza, il pettine che ferma il tempo, ecc. (il mio preferito è la chiave); essendo oggetti investiti da Dio sono immortali e quindi indistruttibili.
Ecco perchè il quadro è intatto, perchè tutto ciò che viene colpito dallo Spirito, del Bene o del Male, perde la sua natura terrena e portato su un altro piano. Rimane l’apparenza, l’involucro, un doppelganger che proietta la sua ombra dentro di noi.  
Credo che ognuno conservi un oggetto simile, che ci dà piacere e nel contempo ci sottrae qualcosa. Io ce l’ho. Il giorno che saprò nominarlo sarò libera.

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